Tre generazioni a protezione di Hoh Xil
All’alba, dai finestrini del treno Qinghai-Tibet, vicino ai binari si possono scorgere i maschi al pascolo, con le loro corna nere e dritte che ondeggiano contro un cielo pallido. 30 anni fa, questa scena sarebbe stata impensabile.
Perché negli anni ‘90, invece di un santuario ecologico, Hoh Xil era un focolaio di bracconaggio. Principalmente, per lo scialle ‘shahtoosh’ – un accessorio di lusso che poteva passare attraverso un anello nuziale e che veniva venduto fino a 50mila dollari statunitensi sui mercati europei e americani. E, siccome ogni scialle richiedeva la lana di 3 o 5 antilopi tibetane adulte, nel giro di pochi anni la popolazione era stata ridotta da oltre 200mila esemplari a meno di 20mila.
L’intero ecosistema di Hoh Xil rischiava il collasso. Così, nel 1992, un uomo di nome Sonam Dargye si fa avanti, forma la prima squadra e, in 2 anni, cattura 8 bande di bracconieri armati prima di perdere la vita. Suo cognato, Tashi, prende il suo posto – risolvendo 62 casi e arrestando 240 criminali in 3 anni prima di essere ucciso mentre protegge le antilopi.
I loro sacrifici mobilitano la consapevolezza pubblica. Nel 1995, Hoh Xil diventa Riserva naturale provinciale e, 2 anni dopo, viene elevata a rango nazionale. Nel 2016, è incorporata nel Parco nazionale di Sanjiangyuan e, nel 2017, iscritta nella lista del patrimonio naturale mondiale dell’UNESCO. Oggi, le 6 stazioni di protezione (5 permanenti lungo la Strada Statale 109 e una temporanea vicino al Lago Zonag) sono gestite da circa 50 ranger che si alternano tra il servizio nelle stazioni e il pattugliamento – compreso Chupel, nipote di Sonam e figlio di Tashi. La popolazione di antilopi è risalita a oltre 70mila esemplari, la specie è stata declassata da “in pericolo” a “quasi minacciata” e, a Hoh Xil, gli spari non si sentono più dal 2009.
Nei primi tempi, Chupel impara 3 abilità fondamentali: accamparsi in condizioni di freddo estremo, cucinare taglierini con la neve fusa e forzare le serrature delle portiere delle auto congelate. Durante le visite mediche, scherza con i colleghi: «Non contate quante parti sono ancora integre ma contate quante sono ancora utilizzabili». Aggiungendo, però: «Sono molto più fortunato di mio zio e di mio padre». Perché, da allora, le condizioni di lavoro sono migliorate notevolmente: invece di fragili tende, cucine, dormitori, elettricità stabile e connessione Internet – il che significa che i ranger non trascorrono più interi mesi senza contatto con le loro famiglie. Non solo: durante la stagione dei parti, le telecamere del Lago Zonag aiutano a monitorare le antilopi a distanza. E, ora, Chupel sta guidando la terza generazione di ranger.
Come Tsesok Kyab, nato nel 1996 e originario della regione. Che, ispirato dalla storia della famiglia Dargye, si è unito al Corpo dei ranger a 19 anni e che, oggi, coordina la stessa stazione di Sonam. «D’inverno, quando la temperatura scende a meno 40 gradi, ogni respiro è un tormento. Le lacrime si congelano all’istante. Spesso siamo troppo esausti per cucinare, quindi ci limitiamo a masticare pane freddo o noodles istantanei.» Ma l’amore e la dedizione sono più forti: «Ho capito che i miei predecessori mi avevano passato questo testimone con la loro vita.»
Per questa generazione, la missione si è spostata – dalla lotta al bracconaggio al salvataggio della fauna selvatica e alla protezione ecologica: il Centro di soccorso della stazione di Sonam ha salvato dal 2000 più di 800 animali e i ranger hanno sviluppato un programma di recupero, allevando i cuccioli orfani e preparandoli al ritorno graduale in Natura. Senza dimenticare le nuove sfide, come il devastante “entusiasmo” dei turisti che alle antilopi, ai lupi e agli altri animali offrono salsicce e merendine. «Dobbiamo mantenere intatti gli equilibri ecologici», spiega Tsesok, «e lasciare ai nostri figli un Hoh Xil intatto.»