
Fatte rigorosamente a mano, per di più dai monaci e dalle suore ma anche dai “laici”, le coloratissime sculture tibetane (torma) in burro di Yak sono delle offerte sacre per le celebrazioni di Nuovo Anno – non a caso, seguite dal Festival delle Lampade e dalla grande cerimonia di preghiera Monlam. Per quasi un mese di luci, suoni, danze e colori che richiamino benedizioni, gioia e prosperità.

Pertanto, disegni e forme hanno dei significati precisi – la luce delle lampade, anche. Quando accesa, a simboleggiare i miracoli del Buddha e l’illuminante potere della fede; quando spenta, a ricordare l’impermanenza di tutte le cose. Infatti, come i Mandala che diventano semplici colori benedicenti in un corso d’acqua, le sculture tornano a essere usate per nutrire o generare altre sculture: niente rimane uguale per due momenti consecutivi e niente si perde, ma tutto si trasforma.
Una vera Arte, affermatasi nel 1409 E.V. durante la dinastia Ming ma le cui origini risalgono a due leggende. Secondo la prima, in risposta a un problema – cioè l’assenza dei fiori durante l’inverno ma voluti dai monaci del Tempio di Jokhang per accogliere e adornare la grande statua del giovane Buddha Shakyamuni portata dalla Principessa cinese Wencheng in occasione del suo matrimonio nel 641 E.V. con il Re tibetano Songtsen Gampo. In base alla seconda, per rendere reale nel giardino di un monastero il sogno fatto dal Maestro Tsongkhapa, l’ispiratore della futura Scuola Gelug, nel quale dei fiori appassiti tornavano alla vita e poi si trasformavano in lampade che contenevano innumerevoli diamanti.
Ragione per la quale i fiori sono tra le forme più diffuse. Accompagnate però dagli Otto simboli di buon auspicio del Buddhismo tibetano (che creano una torma chiamata Tashi Dargye), il cosiddetto ‘Gioiello prezioso’ (Norbu Kagyi), i Quattro Amici Armoniosi (elefante, scimmia, coniglio e uccello – Thunpa Punshi), i Sei simboli di longevità (uomo anziano, fiume, albero, scogliera, gru e cervo – Tsering Drukor) e, beninteso, il Sole e la Luna (Nyima Dawa).
E non finisce qui: le torma possono avere degli scopi e dunque delle forme differenti. Se ‘Interiori, Segrete e Molto Segrete’, saranno metaforiche e consisteranno nella visualizzazione in meditazione di una determinata divinità alla quale offrire la propria esperienza ed essenza. Quando ‘delle Divinità’, verranno posate in un santuario e saranno semplici se dedicate a figure pacifiche o complesse se destinate a figure “semi-irate”. Se ‘del Cibo’, andranno a nutrire novizi e praticanti oppure, dopo benedette, poveri e animali. Quando in ‘Offerta’, saranno posizionate ai piedi delle rappresentazioni di divinità, protettori del Dharma, spiriti “ostruttivi” e altri esseri. Se ‘Medicinali’, verranno usate per “estrarre” la malattia dal paziente e trasferirla alle sculture che saranno gettate via. Infine, se di ‘Cattura’, verranno offerte dopo aver iniziato un progetto – in modo da velocizzare il suo completamento con successo.

E tutto questo può significare mesi di lavoro. Nei quali prima si creano le cornici, per di più in bastoncini di bambù. Poi si uniscono le precedenti sculture all’erba di lino e le si pesta fino a quando non acquisiscono la consistenza giusta per essere rimodellate. Separatamente, si mescola un po’ di burro bianco con dei pigmenti naturali tradizionali in modo da poterlo usare per “dipingere” le nuove sculture e, infine, si posano le opere sul supporto tradizionale a seconda della destinazione. Dovendo perciò spesso immergere le mani nell’acqua ghiacciata per riuscire a lavorare il burro senza “sbavature”: oltre a un’Arte, una vera prova di devozione – molte volte, al prezzo del congelamento delle dita. Anche perché le sculture possono essere piccole, gestibili con una sola mano, oppure grandi, abbastanza da ornare i tetti dei templi.

Mesi di lavoro e anni di apprendimento. Per una magnifica tradizione, che il mondo sta cominciando a conoscere e amare.