IN PATTUGLIA SUL ‘TETTO DEL MONDO’

IN PATTUGLIA SUL ‘TETTO DEL MONDO’, Mirabile Tibet


Nel Pumaqangtang, al confine tibetano con il Bhutan, l’acqua bolle a 60 gradi, il paesaggio è una distesa di ghiaccio quasi permanente, la temperatura è spesso sotto zero (con “punte” di -40), i raggi UV sono più potenti e l’ossigeno – a meno del 40% di quello al livello sul mare – è un lusso.

Per molti, una zona “proibita alla vita” e difficile anche per chi è nato qui. Per tre giovani, l’unico luogo nel quale volevano stare. Inclusa la prima donna in uniforme, perché parliamo della più remota stazione di Polizia di frontiera sull’Altopiano tibetano. E anche della più alta nella Regione, a 5.373 metri sul mare. Nata nel 2012 e dove, dall’insonnia alla perdita di memoria e persino di capelli, per gli 20 ufficiali e 6 ausiliari il prezzo da pagare è fisico. Ma dove proteggere e servire è una vera vocazione.

E su 1.500 insidiosi chilometri quadri da pattugliare. Compresi quelli del ghiacciaio Gangbu, dove nel marzo del 2024 i tre giovani amici hanno affrontato il loro primo test: una missione di soccorso, a mezzanotte e alla sola luce dei loro fari, di alcuni turisti intrappolati in una palude gelata formatasi col clima “primaverile”. Che ha fatto capire loro quanto questo non fosse soltanto un lavoro ma una corsa per la vita.

Anche perché, nonostante le condizioni a dir poco aspre, Pumaqangtang ospita poco più di 1.000 residenti – principalmente allevatori – divisi in 6 villaggi. Ai quali i tre giovani, oltre all’assistenza in caso di bisogno, si dedicano anche nel loro tempo libero. Consegnando sciarpe di lana o insegnando ai bimbi a dipingere “l’estate dell’immaginazione” in un luogo nel quale gli alberi non possono crescere. Per poi rientrare alla stazione e alle sue poche gioie, dalla serra per gli ortaggi al tavolo da biliardo tibetano e la stanzetta per i film e il karaoke.

Tanti i soccorsi finora, e tanta l’assistenza alla popolazione. Compresi il sostegno economico agli studi per alcuni ragazzi di famiglie povere, l’aiuto a decine di residenti nella ricerca di un lavoro e la “messa in contatto” degli allevatori con strutture e reti commerciali alle quali vendere i loro prodotti.

Come dicevamo, una vera vocazione. Premiata solo dai tè al burro di Yak offerti nei villaggi, dalle lettere di ringraziamento dei turisti salvati e dallo spirito di questi uomini che – al momento di una foto digitale – scherzano sul bisogno di aggiungere loro dei capelli con il computer.