
Storia di un restauratore sull’Altopiano tibetano
Provincia sino-tibetana del Gansu, Grotte di Mogao. Un signore di nome Fu Youxu preme su una piccola siringa e una sottile linea di adesivo bianco si muove lentamente attraverso una crepa. Poi pulisce la siringa e la ripone nel suo kit di restauro, fatto di tanti strumenti di precisione tra quelli “ereditati” dal suo mentore e quelli usati normalmente da dentisti o truccatori e adattati allo scopo.
Da 4 decenni, questo signore lavora sugli antichi murales di Mogao e non soltanto. Riuscendo finora a restaurare più di 2mila metri quadri e continuando a chiamare se stesso non un esperto bensì un artigiano. Perché ogni muro presenta sfide differenti, di differenti tipi di danno, materiali e rischi. A richiedere non solo una mano ferma ma anche la capacità di capire quale intervento sia davvero appropriato.
Come un chirurgo davanti a un paziente unico e speciale. In questo caso, sofferente per la vernice scrostata, le zone vuote, le crepe, l’umidità, gli insetti o più di una di queste cose insieme. Soprattutto, per il sale – che può cristallizzare all’interno e, nel tempo, danneggiare i murales – e per le temperature (laddove, anche quando fuori d’estate ci sono 40 gradi, queste grotte di almeno 1.100 anni ne registrano 12). Nella grotta 150, per esempio, il muro di terra sotto i dipinti si era gradualmente inclinato in avanti e staccato dalla scogliera. Quindi, i metodi “classici” di restauro avrebbero danneggiato il murale – motivo per il quale si è deciso per un lavoro insieme e in parallelo, sulla struttura e sul dipinto.

Al suo primo anno all’Accademia di Dunhuang, a 18 anni, Fu Youxu aveva iniziato con le basi del mestiere – come preparare il fango o maneggiare i pennelli. Più tardi, avrebbe studiato con un veterano del restauro, il cui approccio lo avrebbe plasmato. E, oggi, Fu pensa che per diventare un bravo restauratore ci vogliano 10 anni di esperienza; per riuscire a decidere cosa fare o non fare, anche di più. Non solo: che una buona riparazione dovrebbe essere invisibile. Perché lo scopo non è di “mettere a nuovo” ma di prolungare la vita dell’opera preservandone identità e informazioni. Anche al prezzo di continuare a fare alcune cose a mano e con le vecchie tecniche, soprattutto quando le più facili tecnologie moderne rischiano sia di non insegnare alle prossime generazioni, sia di non risolvere i problemi – tantomeno in profondità e a lungo termine.
Perché «un murale ricorda se il restauratore ha rispettato o meno la Storia e se è stato o no impaziente». E, per capirlo, basta ricordarsi sia dei danni e crolli nostrani, sia della meraviglia della scuola di restauro italiana, riconosciuta un po’ da tutti nel mondo.