Parte del sottogruppo tibeto-birmano della famiglia linguistica sino-tibetana, primi abitanti della regione lungo il fiume omonimo e sopravvissuti eroicamente a secoli di attacchi, dominazioni e persino riduzione in schiavitù, i Dulong vivono oggi in due Contee dell’Altopiano (Weixi, la ‘piccola Shangri-La’ sulla rotta dell’Antica Via del Tè e dei Cavalli, e Zayu, al confine con l’India e la Birmania), una del multietnico Yunnan (Gongshan) e in Myanmar. Portando avanti le proprie tradizioni, compresa forse quella che li ha resi famosi in tutto il mondo: i tatuaggi bāktūq sui visi delle donne.
Un tatuaggio oggi patrimonio culturale a rischio e che varia come stile ed estensione da regione a regione. Ma che finora veniva fatto a 12 o 13 anni, con una tecnica che – grazie all’uso della fuliggine o di un succo vegetale e al “puntellamento” lungo ogni disegno – lo rendeva blu e, soprattutto, permanente. Secondo alcuni, come rito di passaggio all’età adulta; secondo altri, come modo di proteggere le donne dai rapimenti da parte di altre tribù locali oppure di allontanare gli spiriti maligni.
Già, perché – in base all’idea che tutto in Natura abbia un’anima e della visione dei ‘Dieci scalini per il Paradiso’ – i Dulong nutrono una profonda fede negli spiriti. Che onorano ogni giorno, con rituali gestiti dagli sciamani, e soprattutto in occasione del Capodanno (Kaqiewa), quando rami di pino vengono bruciati per attrarre protezione, salute e pace.
Il tutto, in una Cultura che per secoli rimane orale. Che intaglia il legno per registrare e trasmettere le informazioni, crea nodi per contare e tesse o ricama per esprimere idee ed emozioni. Che solo negli anni ’50, nel Myanmar, sviluppa la scrittura Riwang basata sul dialetto locale, e solo nel 1983, su richiesta dei Dulong dello Yunnan, un alfabeto ufficiale che riesce a rappresentare tutti i dialetti regionali.
Animisti e in piccola parte Cristiani, quasi vegetariani nella dieta nonostante i piccoli allevamenti, divisi in clan familiari e dunque esogami, i Dulong vivono in dimore costruite – e in un solo giorno, con l’aiuto di tutto il villaggio – in legno di melone invernale, bambù ed erba. E amano molto le danze (compresa la Guozhuang) e le canzoni, che vengono cantate non solo in occasioni speciali come il Capodanno o i matrimoni ma anche durante i lavori agricoli, la caccia o, appunto, la costruzione delle case.
Probabilmente, anche durante la tessitura artigianale in canapa, oggi con i telai, a creare vestiti tinti di pigmenti naturali secondo i colori dell’arcobaleno e che di notte diventano coperte. Un’arte trasmessa per generazioni, che – dalla una volta poverissima e isolata Valle del Dulong – sta raggiungendo persino l’Europa con scialli, giacche, cuscini, zaini e sciarpe fatti negli ormai circa 100 atelier dalle quasi 500 tessitrici, anziane e giovani. Che, così, ora possono vivere meglio o andare a studiare nelle Università della regione per poi tornare nel proprio villaggio a dare una mano.