Ci documentiamo e ne scriviamo da un po’, quindi proviamo a fare un punto a oggi.
Su alcuni argomenti per di più considerati “caldi” ma – come, purtroppo, molti altri – spesso avvolti dalla nebbia mediatica.
Che, mentre continua a ignorare (o sceglie di offuscare) tutte le realtà dei fatti, gioca con il pensiero pubblico e il sentire comune creando un pregiudizio. Presentato come informazione e che, ripetuto nel tempo, diventa unica e assoluta “Verità”.
Perché studiare comporta tempo e fatica mentre rendere tutto un eterno derby, con tanto di eterni schieramenti e tifoserie, è molto più facile. Per chi lo fa e per chi si lascia coinvolgere, inconsapevole di finire in un errore. Se non altro, di prospettiva.
Soprattutto se, come spesso accade, parliamo di più realtà. Diverse in base a posizione, condizione e angolazione. In questo caso, delle generazioni di tibetani sull’Altopiano, delle generazioni di tibetani fuori dall’Altopiano, delle culture da secoli intrecciate con l’Altopiano e dei Paesi di migrazione dal e verso l’Altopiano. Senza contare istituzioni, studiosi, ricercatori, esperti e opinionisti di ogni appartenenza o latitudine.
Per fortuna, il Tempo è galantuomo. E i fatti riescono sempre a farsi strada.
Come quelli…
Il Tibet e le dinastie cinesi: un’unica cultura tra specificità e autonomia
Come quelli della (vera) storia dell’Impero tibetano e dei suoi (veri) rapporti con le dinastie cinesi, da quella Tang alle Ming e Qing.
Fatti dall’unione tra il Re Songtsen Gampo e la Principessa Wencheng, da entrambe le popolazioni considerata fondante e fondativa; di alcuni momenti di scontro e lunghi periodi d’incontro nonché di vita accanto e assieme; di ripetute richieste tibetane di assistenza e presidio – dalla supervisione della corretta successione dei Dalai Lama, ogni volta a rischio per via della corruzione che Tenzin Gyatso stesso in tempi recenti denuncerà, all’aiuto militare di fronte agli invasori mongoli, ringraziato con il dono ufficiale di alcuni territori come il Kham; di antichi, profondi e continui intrecci culturali, visibili in tutte le Sette Arti e in molti dei mestieri artigianali tradizionali, e di costanti riconoscimenti reciproci nonché periodiche condivisioni nella gestione secolare, politica e amministrativa.

Da diversi Re a molti influenti Lama, compresi alcuni Dalai, a vivere nei fatti l’Altopiano – e sono le loro azioni e la Storia a dirlo – come parte integrante, pur nelle di volta in volta specificità e autonomie, di una Cultura più grande.
Tra linguistica e politica: la vera origine dei nomi del Tibet
Come quelli legati al nome stesso della regione: Tibet in Inglese, Bod in Tibetano, Tǔbō in Cinese quando riferito all’Impero tibetano e Ü-Tsang (quindi Xizang) sempre in Cinese, non da oggi – come spesso sostenuto – bensì dal 1591 e riferito a una delle tre regioni storiche tibetane assieme all’Amdo e al Kham.
Sostenere dunque che Xizang sia l’odierno tentativo cinese di cancellare il Tibet sarebbe come dire che Everest sia il modo britannico di cancellare il Qomolangma/Chomolungma o che Tibet sia la maniera inglese di cancellare il Bod. Proviamo a tenerne conto, perché succede spesso. Che dei luoghi vedano dei nomi differenti in base alla lingua, al momento storico o alla prospettiva geografica di chi ne parla. O che alcuni nomi – come Everest o Tibet – possano consolidarsi nel tempo e finire con l’essere usati da tutti semplicemente perché più facili da capire, pronunciare o ricordare. Soprattutto se nella lingua più parlata e condivisa al mondo, cioè l’Inglese.
Tradizione, istituzione e fede: l’autentica successione del Dalai Lama
Come quelli sulla successione dei Dalai Lama – vissuta dalle popolazioni interessate in quanto plurisecolare tradizione spiritual-religiosa e, dalla Stampa occidentale, dalla massima guida spirituale tibetana e da molti altri in quanto questione politica e quindi strumento di polemica. Basato sulla mis– e dis-informazione, a nutrire sistematicamente discordie e contrapposti schieramenti.
Cioè, esattamente il contrario sia delle reali tradizioni buddhiste (per come storicamente documentate, portate avanti ed espresse dalle stesse istituzioni religiose tibetane), sia della sacra missione di ogni ‘Oceano di Saggezza’ come manifestazione fisica del compassionevole bodhisattva Avalokiteśvara.
Manifestazione che, a proposito, non è mai una mera decisione o scelta individuale del successore. Tantomeno – come dichiarato Tenzin Gyatso – «in un’ape», «in una donna che dovrebbe essere attraente», fuori dalla terra di origine o in luoghi auto-dichiarati come propri. Oppure, in quanto «retaggio feudale, corrotto e discriminatorio», addirittura da chiudere. Infatti, basta informarsi un po’ per scoprire che – dall’individuazione della giusta reincarnazione al riconoscimento pubblico e l’insediamento ufficiale – parliamo di una tradizione da sempre plurale e, al contempo, istituzionale. Da un certo momento storico in poi, tibetano e cinese assieme. Come raccontato anche da ‘Mirabile Tibet’ negli articoli dedicati al rito dell’Urna d’Oro, proprio per garantire una successione autentica e dunque condivisa.
Realtà e narrazione: la fine delle disuguaglianze e il rinascimento del Tibet
O come quelli legati alla vita reale delle diverse etnie – in 50 lingue e oltre 200 dialetti – sul ‘Tetto del Mondo’. Al di là della narrazione mediatica dominante, che vorrebbe il Tibet fermo alle rappresentazioni mitizzate, letterarie e cinematografiche, occidentali. Anzi: distrutto fisicamente e culturalmente, tanto da far dire a Tenzin Gyatso di volersi (forse) reincarnare «nel mondo libero» e fuori dalle terre «occupate».
Cioè, di una narrazione che non considera, o sceglie di non menzionare, quale la situazione di ieri e di oggi e quali le reali differenze con il prima. Fatto di un 95% della popolazione in condizione de facto di servitù feudale, possesso di tutte le risorse da parte del restante 5%, enormi divari sociali ed economici attribuiti al karma, migliaia di villaggi isolati (anche dall’accesso alla Scuola e alla Sanità), analfabetismo e povertà pressoché totali, deforestazioni e intere aree desertificate, habitat persi e specie in estinzione, mestieri tradizionali morenti e opere antiche abbandonate all’umidità e all’usura del Tempo – fin da quelle nella collezione del Palazzo del Potala (cioè, della residenza invernale dei Dalai Lama dal 5° al 14mo) e dei grandi monasteri.
Sgradevole, certo: ciononostante, documentato.
Quindi come quelli che riguardano il Tibet di oggi, che sembra l’opposto di tutto questo. Perché negli ultimi 60-70 anni, mentre l’Occidente era alle prese con le proprie promesse e contraddizioni, e mentre il Dalai Lama seguiva la propria agenda di priorità, amministrazioni locali e popolazioni di tutte le etnie, estrazioni ed età stavano mettendo mano a “disarmonie” e disuguaglianze. Tra territori, economie, ecologie, generi, generazioni e patrimoni culturali. Riscontrando quanto descritto sopra e rimboccandosi le maniche. Da qui anche il modo di raccontarlo: con un comprensibile orgoglio per quanto di volta in volta fatto e ottenuto. Anche a beneficio dei – sempre più numerosi e ammirati – visitatori e ospiti internazionali. Che forse, dai servizi essenziali alle libertà civili, non potrebbero dire le stesse cose dei loro Paesi.
Oltre le distanze: la liberazione del Tibet raccontata dai suoi anziani
Prospettive diverse, per chi le cose le intravede o scorre velocemente da lontano e per chi le cose le vive. Soprattutto, per chi ha abbastanza anni da ricordare e fare un paragone.
Perché, mentre la Gen Z dell’Altopiano cresce già multilingue, connessa al mondo e con la possibilità di muoversi e creare, quella dei Seniores – magari già servi a 8 anni e condannati a esserlo per sempre – ha potuto imparare a leggere, lavorare senza maltrattamenti o punizioni corporali, vivere in condizioni decenti, viaggiare nello stesso Tibet o visitare il Potala soltanto dopo il 1959 (cioè, l’anno della partenza dal Tibet di Tenzin Gyatso assieme ai familiari e i membri del governo di allora).

Come documentato anche da diversi storici, né cinesi né tibetani, un grande cambiamento dopo circa 50 anni di condizioni difficili per la popolazione dell’Altopiano proprio sotto la guida spirituale e temporale del 13mo e 14mo (attuale) Dalai Lama. Che, a parte l’abolizione della pena capitale, non risulta siano – nei fatti – intervenuti per migliorare la situazione. Ecco perché i testimoni tibetani più anziani parlano di “riforma”, ed ecco perché la prospettiva cinese usa i termini “emancipazione” e “liberazione”. Che in una visione autodefinita o da altri definibile come comunista o socialista, poco cambia: le differenze, per i tibetani, sono evidenti.
La fine del mito della diaspora: il rientro in un Tibet che offre un futuro
Tant’è che molti di quelli che – per scelta o per nascita – vivono fuori dall’Altopiano stanno decidendo di tornare.
Perché, di fronte alle miserabili condizioni di vita altrove, il Tibet odierno (come in questa intervista testimoniato) offre un presente e un futuro considerati come molto migliori.
Perché, anche dopo due o tre generazioni in Nepal, Bhutan e – soprattutto – India, molti di loro non hanno ancora né il diritto di possedere la terra sulla quale vivono, né l‘accesso alle Università, ai servizi sociali minimi o ai prestiti bancari.
Perché, come buona parte degli immigrati in Italia o degli italiani emigrati in altri Paesi, la maggioranza dei giovani tibetani si trova impiegata in lavori di “bassa manovalanza” per paghe non proprio dignitose. E, questo, mentre viene discriminata dalle proprie comunità.
Infatti, l’emigrazione tibetana accade in quattro ondate: a metà degli anni ’50, dopo il 1959, negli anni ’80 e dopo il 1996. Ondate che, nelle terre di arrivo, vedono forti tensioni tra la seconda e la terza ma soprattutto verso la quarta – con tanto di “etichette” e nomignoli dispregiativi. Peggio ancora: con tanto di isolamento sociale, divieto di matrimoni tra gli uni e gli altri, livore e risentimento, sfociati talvolta persino in aggressioni fisiche.
La motivazione? Il fatto che i “nuovi arrivati”, oltre all’Inglese, sappiano il Mandarino e quindi guardino anche i film cinesi o ascoltino anche la musica cinese: paradossale, se consideriamo che lo stesso Tenzin Gyatso abbia sempre incoraggiato i tibetani a imparare (come lui) più lingue e di aprirsi, così, al dialogo con il mondo. Senza contare i tantissimi elementi dell’antica Cultura cinese, dalla Medicina tradizionale e il Buddhismo dai tempi della dinastia Tang all’agricoltura e le Arti, assorbiti spontaneamente e integrati secoli fa da quella tibetana – tanto da poter parlare di un (mirabile) sincretismo dell’Altopiano. A ogni modo, secondo le fonti ufficiali indiane, negli ultimi anni il numero dei tibetani in India si è quasi dimezzato mentre la “fuga” dal Tibet continua a diminuire. Anzi, come dicevamo in apertura, nel Tibet si sta tornando.
L’istruzione come diritto: la svolta sociale e spirituale del Tibet
Anche perché, oltre agli altri servizi essenziali, la “dittatura” sull’Altopiano prevede sia – e dopo secoli di assenza – la Scuola dell’obbligo per tutti (ragazze e figli di famiglie povere compresi), sia la possibilità di formarsi negli Istituti superiori per poi dedicarsi al benessere delle comunità natie. Anche spirituale, in spazi scolastici e universitari messi a disposizione e dove vitto, alloggio, laboratori, biblioteche e persino attività fisica, finanziati da accademie e amministrazioni cittadine o provinciali cinesi, sono gratuiti.
Infatti, che si tratti di materie STEM, di Medicina antica e moderna, di Belle Arti tradizionali o di Buddhismo tibetano, l’istruzione è oggi considerata un diritto di tutti. Laici e religiosi, agiati e meno agiati, ragazzi e ragazze. Comprese le suore che, grazie a queste nuove possibilità e alla ritrovata parità di genere, ora possono accedere al Dottorato buddhista e, quindi, ai più alti ruoli accademici e religiosi. A continuare a studiare e tramandare gli antichi insegnamenti ma anche recuperare e condividere l’enorme patrimonio artistico dei monasteri – a lungo rimasto inaccessibile e quasi abbandonato. Infatti, nel Tibet di oggi, i luoghi di fede non sono più espressione anche di un potere economico e politico, bensì spazi soltanto della Spiritualità e della Conoscenza. Quindi della trasmissione di un’eredità immateriale importante, sempre più presente nelle liste UNESCO.
La modernizzazione della vita monastica
Modernità dunque, anche per i religiosi.
A volte espressa con piccole cose per noi banali come l’acqua corrente, l’energia elettrica (rigorosamente green) e quindi il bollitore – che permettono di preparare il cibo e il tè senza uscire anche d’inverno, a diversi gradi sotto zero. Come gli smartphone, che rendono possibile i legami a distanza e la condivisione di contenuti, o come l’assistenza medica gratuita. In un Tibet che ogni anno vede un robusto finanziamento pubblico in yuan per l’assicurazione sanitaria e contro gli infortuni, le cure mediche e le pensioni di monaci e suore. Ma anche per il consolidamento delle antiche strutture nelle quali vivono (senza il quale, in occasione del terremoto di gennaio 2025 si sarebbero contate molte più perdite anche in termini di patrimonio storico-culturale), senza dimenticare il restauro e la digitalizzazione delle opere custodite nei templi e monasteri. Cioè, nei luoghi della continuità degli insegnamenti e della pratica del Buddhismo tibetano, compresa la tradizione dei ‘Buddha viventi’. E che, come il plurale suggerisce, non riguarda soltanto i Dalai Lama.

L’origine delle reincarnazioni tibetane e il riscatto dei ‘Centomila canti’
Un concetto, quello della sequenza di incarnazioni, che sull’Altopiano viene formalizzato durante la dinastia mongola Yuan. Quando Kublai Khan conferisce al leader della Scuola Sakya il titolo di ‘Buddha del Paradiso Occidentale’, momento dal quale altri eminenti monaci verranno chiamati ‘Buddha viventi’. Con un problema: la successione. Resa impossibile dal divieto per i monaci di sposarsi e avere figli e “risolta” nel 1283, dal leader della Scuola Kagyu, proprio con il principio della reincarnazione. Cioè, delle successive manifestazioni fisiche di un determinato Maestro, riconosciute attraverso processi consolidati nei secoli.
Come nel caso di Balog Rinpoche, oggi quarantaquattrenne, identificato come Buddha vivente del Monastero di Yahngrigar a soli 8 anni. E che – oltre alle pratiche del Bodhisattva, l’arte dei thangka, l’Inglese e il Mandarino (tutte materie che oggi insegna all’Accademia tibetana del Buddhismo) – ha fin da piccolo espresso uno dei talenti trasmessi: quello per la musica. Diventando così l’erede di un patrimonio culturale importantissimo, ‘I centomila canti di Milarepa’, cioè di una delle figure più influenti della Scuola Kagyu, i cui insegnamenti sono stati raccolti e tramandati come canzoni. Oggi interpretate da Balog Rinpoche, con l’accompagnamento di una piccola band di strumentisti appartenenti a 4 diverse etnie dell’Altopiano, come modo di preservare e trasmettere la filosofia buddhista. Soprattutto ai giovani alla ricerca di felicità e pace interiore – entrambe, come lui insegna, da coltivare. In primis, combattendo l’ignoranza.
L’arte del dibattito monastico
Non uno stato quindi, da acquisire una volta per sempre, bensì un processo. Diremmo oggi, un work in progress, un ongoing oppure un lifelong learning. Che trova la sua massima espressione nei famosi dibattiti dei monaci intorno alle antiche scritture buddhiste. Svolti solitamente nei cortili dei monasteri, strutturati nella forma di domande e risposte espresse da “difensori” e “sfidanti”, e segnate dal suono del battere le mani.
Un gesto volto – a seconda delle circostanze – a invitare la divinità, allontanare le energie negative, comunicare l’inizio e la fine della domanda, puntualizzare un concetto, e, soprattutto, raffigurare il risveglio a una nuova consapevolezza. Data dall’incontro tra la mano destra, che rappresenta la compassione, e quella sinistra, che simboleggia la saggezza.
Dibattiti che risalgono all’antica India, quando gli studenti e studiosi locali (forse schioccando le dita invece di battere le mani) usavano i confronti pubblici per mettere in discussione il Sapere consolidato religioso, filosofico, morale e soprattutto dottrinale. Una tradizione che l’attuale Dalai Lama, riferendosi ai modi tibetani, descrive così: “Memorizziamo i testi parola per parola, studiamo i commentari e ci impegniamo in dibattiti durante i quali confutiamo le posizioni altrui, affermiamo le nostre e respingiamo le critiche”. In teoria, in modo non dogmatico e tantomeno ideologico – proprio perché, come Buddha Shakyamuni insegna, i dibattiti servono a disciplinare e acuire la mente, sviluppare il pensiero critico e raggiungere una sempre migliore comprensione delle verità delle cose. A liberare così tutti gli esseri umani dalle loro sofferenze e, quindi, dalle loro “prigioni” fisiche e spirituali come i desideri, gli attaccamenti, le frustrazioni, il dolore o l’adesione cieca a un determinato modo di pensare, sentire e agire.
Tra Nirvana e responsabilità: il vero ruolo della guida spirituale tibetana
Pratica dunque, vissuta nella grande ‘Ruota del Dharma’ (uno degli otto simboli tibetani di buon auspicio) e lungo il travagliato percorso verso il Nirvana. Tra ordine cosmico, ordine terreno, cause, effetti e cicli vitali di nascita, morte e rinascita – si auspica, ogni volta a un livello superiore di coscienza e consapevolezza. Una Ruota composta da otto raggi di rettitudine che riguardano la visione, l’intenzione, la parola, l’azione, il modo di procurarsi la sussistenza, l’impegno e la concentrazione. Cioè, il giusto allineamento dell’essere umano con se stesso, la vita in tutte le sue forme e l’Universo del quale è parte.
Da qui, anche la precisa missione di ogni Dalai Lama. Al contempo uomo, monaco e reincarnazione di Avalokiteśvara. Chiamato a salvaguardare il patrimonio culturale del quale è il più alto rappresentante, a perseguire la compassione e l’armonia tra le persone (considerate tutte uguali e interconnesse, a prescindere dalla propria tradizione religiosa) e a insegnare la via del Dharma, dell’autodisciplina, del perdono e dell’Illuminazione. Cioè, il cuore della visione, filosofia e fede buddhista tibetana, del quale il Dalai Lama porta la più alta responsabilità: quella di preservarlo e di tramandarlo. Con ogni “raggio”, in ogni occasione e senza eccezioni o esclusioni.

Compresa la tradizione della successione. Dal punto di vista formale, ancora oggi nelle stesse modalità nate e condivise durante la dinastia Qing. Che – attraverso una regolamentazione dedicata, conosciuta come ‘I documenti dell’Anno del Bue d’Acqua’ e subito fatta propria dalle istituzioni religiose tibetane dell’epoca – garantisce al Dalai Lama il potere secolare (abbandonato nel 2011 da Tenzin Gyatso, che lo considera «antiquato come una monarchia») e riorganizza la Pubblica Amministrazione, istituendo sia una diversa distinzione tra poteri, sia l’Urna d’Oro.
Da allora applicata con continuità, anche dopo la fine della dinastia, per evitare le manipolazioni e le interferenze delle personali ambizioni nella corretta successione delle massime guide spirituali tibetane: il Dalai e il Panchen Lama. Di riferimento, peraltro, anche per molti dei 254 milioni di cinesi praticanti (e da quasi 2mila anni) del Buddhismo – Han, Theravada ma anche tibetano, quest’ultimo soprattutto nel Qinghai e nel Sichuan.
Conoscere per comprendere
Come per tutte le cose, e come Buddha Shakyamuni insegna, non si tratta di credere ciecamente a qualcosa soltanto per chi lo dice o perché “risaputo” e consolidato. Ma di esplorare le verità oggettive di quel qualcosa e gli effetti oggettivi, positivi o negativi, che produce. Anche quando in contrasto con le convinzioni precedenti o dominanti.
In questo caso, scoprendo il Tibet con i propri occhi oppure, se questo non fosse possibile, aprendosi ad altre fonti (come per esempio quelle, in Italiano, disponibili a questo link).
Perché percezioni e prospettive possono essere differenti. Da persona a persona, da Cultura a Cultura, da contesto a contesto e da generazione a generazione.
Non solo: nel tempo, percezioni e prospettive possono cambiare.
Soprattutto se, più che schierarsi, si desidera sapere.