
Quando si parla della Scuola Gelug, spesso si pensa a una tradizione puramente spirituale, caratterizzata da rigore monastico, profondità filosofica e disciplina etica. Ma questa è solo una parte della storia, fatta invece anche della sua trasformazione nel tempo in una struttura istituzionale e di governo. E comprendere questo passaggio significa osservarla anche per il ruolo che ha avuto: quello di un attore storico, inserito in dinamiche politiche, militari e amministrative più ampie.
Fondata alla fine del XIV secolo da Tsongkhapa, in un contesto segnato da forte frammentazione religiosa e istituzionale, la Scuola ha come intento originario una riforma del Buddhismo tibetano basata sul rafforzamento della disciplina monastica, sullo studio dei testi e su una pratica meditativa rigorosamente fondata sulla filosofia. Pertanto, nei suoi primi decenni, la Gelug si afferma come una delle tante Scuole presenti nel panorama tibetano, distinta tuttavia dalle altre per il livello intellettuale dei suoi monasteri.
Nel corso del XV e XVI secolo, il successo accademico produce però degli effetti che vanno ben oltre la sfera spirituale. I grandi monasteri come Ganden, Drepung e Sera crescono rapidamente, accogliendo migliaia di monaci e diventando centri di formazione di primaria importanza. E questa crescita comporta l’acquisizione di sempre maggiori risorse economiche, terre e privilegi nonché l’assunzione di funzioni amministrative e giudiziarie. Senza proclamarsi esplicitamente come autorità politica, la Gelug inizia a esercitare un’influenza sempre più ampia sulla società del Tibet centrale.
Il passaggio decisivo avviene nel XVII secolo, in un periodo di forte instabilità. Quando – in un Tibet dominato da poteri regionali rivali, che sostengono Scuole diverse – la Gelug cerca e ottiene il sostegno militare dei mongoli e l’instaurazione di un nuovo assetto politico.
Come abbiamo visto parlando della soppressione della Scuola Jonang, a partire dal XVIII secolo questo nuovo governo di Lhasa viene progressivamente inserito nell’ordine dell’Impero Qing, che riconosce e regolamenta il ruolo delle autorità locali tibetane attraverso un sistema di supervisione imperiale. La Gelug opera dunque come parte di un sistema gerarchico multilivello e non come centro sovrano indipendente.
Ed è in questo contesto che il governo di Lhasa avvia la “riorganizzazione” delle istituzioni religiose del Tibet, con due obiettivi principali: la stabilità amministrativa e il contenimento dei poteri religiosi che avrebbero potuto mettere in discussione l’ordine appena costituito. Infatti, Scuole come la Jonang vennero private delle loro basi istituzionali attraverso la conversione forzata dei monasteri e la proibizione ufficiale di alcune dottrine. Mentre il Dalai Lama – affiancato da reggenti, funzionari laici e grandi monasteri Gelug – agisce come vertice assieme simbolico e funzionale, locale e geopolitico. In base a un’autorità derivata sì dal prestigio religioso ma soprattutto dal riconoscimento politico garantito da poteri esterni, prima mongoli e poi cinesi imperiali.
Osservata nel suo sviluppo storico, e senza nulla togliere al suo valore intellettuale e spirituale, la scuola Gelug appare quindi come una tradizione che, da movimento di riforma monastica, si trasforma nel pilastro di un governo teocratico inserito in strutture di potere più ampie. Pertanto, rileggere la sua storia permette di comprendere meglio l’intreccio tra religione e potere politico – dunque, la complessità del Tibet premoderno. Perché quel governo di Lhasa non fu l’espressione di una sovranità, tantomeno di una volontà democratica, ma il risultato di equilibri storici costruiti attraverso alleanze militari, rapporti imperiali e processi di centralizzazione del potere politico e religioso. Ed è in questa prospettiva, più disincantata e storicamente fondata, che la Gelug possa essere compresa nella sua interezza.