LA STORIA DELLA SCUOLA TIBETANA JONANG

  • by Redazione I
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  • 04 Gen 2026
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LA STORIA DELLA SCUOLA TIBETANA JONANG, Mirabile Tibet


Pensiero, influenza e soppressione di una pluralità scomoda nel Tibet premoderno

Nell’immaginario idealizzato del Tibet, il mondo religioso appare come il risultato naturale di un’evoluzione lineare: una Scuola prende il posto di un’altra perché più profonda, più autentica, più illuminata. Ma, quando si entra nel dettaglio delle fonti storiche, questa immagine si dissolve rapidamente. Infatti, la vicenda della soppressione della Scuola Jonang mostra con chiarezza che il Buddhismo tibetano si sia sviluppato in un contesto segnato da conflitti di potere.

All’inizio del Seicento, il centro della Jonang – il Monastero di Takten Damchö Ling – sorge nell’Ü-Tsang, una regione politicamente e culturalmente centrale del Tibet di allora. Qui, sotto la guida di Taranatha, si studiano testi complessi, si praticano rituali tantrici avanzati e si elabora la visione filosofica dello shentong. Così, la Jonang attira studenti da tutto il Tibet e dalla Mongolia – consolidando una rete di relazioni che la rende una delle Scuole più dinamiche e influenti del suo tempo.

In quegli stessi anni, il potere politico è detenuto dalla dinastia Tsangpa, che governa lo Tsang e favorisce soprattutto le Scuole Kagyu e Jonang mentre quella Gelug, pur forte sul piano monastico e dottrinale, non esercita ancora funzioni di governo sul territorio. In quanto al Dalai Lama, all’inizio del XVII secolo il suo ruolo è limitato e fortemente dipendente dagli equilibri regionali e dalle alleanze esterne.

Tutto cambia quando i Gelug decidono di modificare l’assetto esistente.

Tra il 1637 e il 1642, chiamate dai Gelug, le armate mongole guidate da Güshi Khan entrano nel Tibet centrale. Le campagne militari sono rapide, il sovrano viene sconfitto e l’assetto politico della regione crolla. Nel 1642, Güshi Khan riconosce il Dalai Lama come figura di riferimento dell’amministrazione locale ma nell’ambito del nuovo assetto, sostenuto dall’alleanza mongola. Nasce, così, non uno Stato sovrano nel senso moderno del termine bensì un’amministrazione locale Gelug: teocratica, fondata su una vittoria militare e su un equilibrio politico esterno.

Una volta instaurato il nuovo governo di Lhasa, il problema principale diventa quello del consolidamento del potere. E, questo, perché il Tibet centrale ospita tradizioni religiose forti, autonome e dottrinalmente incompatibili con l’ortodossia Gelug. La Jonang, molto radicata nell’area e portatrice di una visione filosofica alternativa, rappresenta dunque una sfida concreta all’idea di un’autorità religiosa unificata e sotto il controllo dell’amministrazione di Lhasa.

Con la morte di Taranatha nel 1634, la Jonang rimane priva del suo leader più autorevole. E così, tra la metà e la fine degli anni Quaranta del Seicento, il governo di Lhasa avvia una “riorganizzazione” sistematica delle istituzioni religiose: i monasteri Jonang vengono confiscati e convertiti in Gelug; le biblioteche vengono private dei testi Jonang; l’insegnamento dello shentong è proibito nei territori dell’amministrazione di Lhasa e i monaci sono costretti ad adeguarsi oppure a lasciare le loro terre.

Questi eventi non furono il risultato di un dibattito dottrinale, né di una naturale evoluzione spirituale. Ma di decisioni adottate da un governo che mirava a eliminare ogni possibile autorità concorrente. E che vedeva il Dalai Lama come vertice politico di un’amministrazione teocratica, responsabile delle scelte che avrebbero garantito la stabilità del nuovo assetto. A partire dal XVIII secolo, questa amministrazione verrà progressivamente inserita nel quadro dell’ordine imperiale Qing, che ne regolamenterà il funzionamento e ne delimiterà l’autonomia.

La soppressione della Jonang mette in discussione uno dei miti più radicati sul Tibet: quella di una terra governata esclusivamente dalla compassione e dalla saggezza, estranea ai conflitti interni, mentre il Tibet premoderno fu anche un luogo di conquiste e interventi talvolta brutali, motivati proprio dal potere politico e religioso. Riconoscere questa realtà non significa dunque negare il valore spirituale delle tradizioni tibetane ma comprenderle nella loro verità e dimensione storica. Perché la vicenda della Jonang ci dice due cose: che la Storia tibetana è fatta di pluralità, tensioni e adattamenti, e che idealizzare una sola Scuola o figura rischia di oscurare la complessità reale di un’intera civiltà.