La cosa più sorprendente di Kumar Khadka, al primo incontro, è la sua fluente e impeccabile conoscenza del Cinese. Il direttore nepalese dell’Istituto ‘Confucius’ presso l’Università buddhista di Lumbini (luogo di nascita di Siddhartha Gautama, il futuro Buddha, oggi patrimonio UNESCO) spiega infatti di aver iniziato a studiarlo in Nepal nel 2008, di aver proseguito gli studi a Pechino e di aver poi assunto un insegnante per imparare il Tibetano.
La sua prima impressione del Tibet era legata al sale. Perché, da bambino, gli anziani gli raccontavano che le persone su entrambi i lati dell’Himalaya non commerciavano con denaro ma trasportavano riso, grano e peperoncini attraverso le montagne per scambiarli con il prezioso sale marino: un’antica ‘Rotta del sale‘ attraverso le cime innevate – distante, misteriosa e indissolubilmente legata ai bisogni primari della vita.
In seguito, avrebbe letto diversi resoconti di viaggio che restituivano l’immagine di un luogo con un’atmosfera fortemente religiosa ma relativamente sottosviluppato. E questa impressione non cambiò granché durante i primi anni di lavoro all’Università di Lumbini, che ha un dipartimento dedicato al Buddhismo dell’Altopiano nel quale si studia in Tibetano.
«Per comprendere veramente, bisogna prima padroneggiare la lingua: io posso solo leggere materiali tradotti, che sono intrinsecamente incompleti». Ma pratiche importanti, come la trasmissione orale da Maestro a discepolo, non possono essere pienamente capite attraverso i testi. «Pertanto, la mia comprensione rimane in definitiva a livello storico e non raggiunge il nucleo stesso della fede». Da qui la decisione di imparare il Tibetano.
Anche perché, nel Nepal, le informazioni sul Tibet sono in gran parte dominate da contenuti occidentali. E, secondo Kumar, la maggior parte dei libri e degli articoli di Stampa ai quali ha accesso sono spesso negativi o parziali. «Si concentrano di più sulla Storia e amplificano i singoli problemi ma raramente accennano alla situazione di oggi».
Fino alle notizie sulla costruzione dell’autostrada e della ferrovia Qinghai-Tibet: «Queste vie che attraversano il Tetto del Mondo non sono solo arterie di trasporto ma anche linee di sviluppo». «So che il Tibet sta cambiando ma, senza esserci stato di persona, non si può mai sapere veramente com’è adesso». Così, messo finalmente il piede sul suolo di Lhasa, Kumar ha cominciato a parlare di «emozione e sopraffazione»: «Ho visto una città moderna – con un accesso diffuso a Internet, diversi media, istituzioni culturali, Università e ospedali».
Non solo. Dopo la visita al Palazzo del Potala, l’arrivo al Tempio di Jokhang – dove la modernità non ha “diluito” il carattere spirituale e dove la fede viene tramandata e vissuta con la stessa intensità. Anche da parte dei fedeli: «Difficilmente avrei potuto immaginare scene simili in Nepal, nel senso che qui ho assistito ai devoti rituali di pellegrinaggio, ho percepito l’autentica cultura religiosa e ho sperimentato in prima persona i modi nei quali il Tibet protegge, preserva e rispetta la cultura buddhista tradizionale».
Compresa la conservazione dei monumenti nei monasteri, dilemma globale per i siti religiosi. Perché il numero di visitatori può tradursi in un rischio ma, se i manufatti culturali vengono isolati, perdono il loro valore di custodi spirituali. Infatti, a Lhasa, Kumar ha visto che barriere larghe dai 50 ai 60 centimetri davanti agli affreschi mantengono i visitatori a distanza. Che le preziose statue del Buddha sono protette da vetri per evitare polvere e danni. E che le sale espositive sono dotate di sistemi antincendio che garantiscono la conservazione a lungo termine sia dei manufatti culturali, sia della fede. «Questo è un equilibrio riuscito». «I libri offrono solo una visione frammentaria del Tibet ma questa terra dimostra sia l’armonia religiosa, sia la sua vitalità».
Al suo ritorno in Nepal, Kumar ha promesso di condividere con studenti e amici tutte le sue impressioni del viaggio a Lhasa. E, come direttore dell’Istituto ‘Confucio’, spera di costruire in futuro altri ponti per lo scambio culturale – in modo che un sempre maggior numero di nepalesi abbia l’opportunità di visitare l’Altopiano e di vivere il Tibet in prima persona. «Desidero davvero che le persone non si limitino a credere ai resoconti parziali di singole fonti». «Solo chi viene qui, vede con i propri occhi e sente con il proprio cuore, può comprendere veramente».