Complici ripidezza del terreno e letti dei fiumi nepalesi, la valanga di ghiaccio, roccia e fango di questo 26 agosto si è mossa con una velocità di 50 metri al secondo. Cioè, 180 chilometri all’ora. Coprendo quasi 100 chilometri di Natura e soprattutto vite in soli 7 minuti – il che vuol dire, nessun tempo per reagire.
E, se andiamo a vedere i maggiori finora disastri legati al collasso di ghiacciai, dal 1941 a oggi ne troviamo 5 con conseguenze ancora più devastanti. Tutti tra il Perù e il Nepal passando per l’India, quindi tra le Ande e i Himalaya.
Non solo: nel punto d’inizio della valanga, si è creato un lago di sbarramento (ora, completamente drenato). Di circa 2 milioni di metri cubi, pochi giorni prima che le piogge promettessero di aggiungerne altri 3.
Ne stiamo parlando da tempo. Dell’Altopiano tibetano e del Qinghai-Tibet come ‘Torre dell’acqua’ e ‘Terzo Polo’. Dell’espansione dei laghi e dell’allarme ghiacciai a monte, quindi dei potenziali disastri a valle. Ma, alla luce della devastazione appena avvenuta, preceduta dall’inondazione glaciale del 2025 e nella stessa valle del porto rivierasco di Gyirong, forse stiamo mancando qualcosa.
Per esempio, che – più che dei “colpevoli” – i ghiacciai siano dei messaggeri, e non solo dei cambiamenti climatici del passato. Soprattutto se, in tutto il mondo e soltanto nel 2025, vanno a perdere in termini di massa circa 408 gigatonnellate (quanto basterebbe per riempire 5 piscine olimpioniche ogni secondo di un intero anno).
Per esempio, che alcuni fenomeni come le emissioni nocive o le microplastiche vadano guardati e gestiti nell’insieme e non separatamente, ogni Paese per conto suo. Né in termini di esigenze o capacità, né come responsabilità. Perché il vento non ha frontiere, un ghiacciaio collassato non sa di arrivare su un villaggio proprio o altrui e l’anidride carbonica non ha un passaporto.
Per esempio, che la protezione della Vita sia un valore di civiltà che coinvolge e riguarda tutti. E non solo in emergenza (come soccorso, assistenza o sostegno alla ricostruzione) ma come visione e azione, in grado di imparare e far sì che il disastro non si ripeti. Anche perché, rispetto alle coordinate dell’Accordo di Parigi, il riscaldamento globale sembra essere molto più veloce. Soprattutto nell’Asia e soprattutto sui Himalaya, dove almeno un terzo se non più della metà dei ghiacciai potrebbe sciogliersi entro la fine di questo secolo.
“Life first”, dunque. Rendere cioè la Vita la prima priorità, dare alla cooperazione un orizzonte più lungo e trasformare il rispetto per la Natura in un’azione più preparata – possibilmente, insieme e adesso. In fondo, il vero modo di onorare le vite perdute.