
L’opera di ripristino ecologico nel Nyingchi alla confluenza tra i fiumi Yarlung e Nyang, e alla quale torniamo per un momento perché davvero notevole, ha riportato indietro la vita selvatica e anche creato una nuova fonte di reddito per i villaggi nei dintorni del Parco.

Infatti, in questa area di oltre 8,7mila ettari dei quali più di 5,3mila di zona umida – che 10 anni fa contava soltanto 3 alberi, frequenti tempeste di sabbia autunnal-invernali e devastanti alluvioni estive nonché rive sabbiose del fiume disseminate di rifiuti -, adesso 75 rangers locali puliscono, salvano, monitorano e proteggono ormai 534 specie di piante alte e 234 di creature selvatiche delle quali 100 di uccelli. Non solo: un terzo delle quali esclusive del Tibet, incluse 6 di piante e 46 di animali protetti. In quanto agli umani, il 70% dei residenti, che prima viveva soltanto di piccola agricoltura e allevamento per meno di 1330 euro pro capite all’anno, ora arriva a quasi 3.995 euro all’anno – generati proprio dalle attività legate al Parco.
Come per Lhalu, il “polmone di Lhasa” premiato con ben 2 riconoscimenti internazionali per l’eccellenza ambientale e la qualità dell’ecosistema ripristinato a quelle altitudini, parliamo di terre aridi trasformate in oasi del verde, del blu e della biodiversità. Grazie ad anni di testardo lavoro e di investimenti, che hanno reso il ‘Tetto del Mondo’ un vero modello di crescita sostenibile e di ecoturismo, tale da unire bellezza della Natura e prospettive per le generazioni di oggi e di domani.

Com’è stato possibile? Grazie a un progetto-pilota nel 2009, la creazione del Parco e della sua amministrazione nel 2016, un finanziamento iniziale di 176 milioni di yuan (oltre 20,4 milioni di euro), anni di afforestamento con specie native dell’Altopiano tibetano – ovviamente, adatte al clima e le altitudini di Nyingchi -, la convinta partecipazione dei residenti, un po’ di tecnologia sviluppata assieme all’Università del Tibet, la creazione di una stazione di monitoraggio e ricerca e, infine, il sistema di sovvenzioni pubbliche per la formazione nelle nuove professioni green e l’assunzione stabile del personale. Che, adesso, può sia lavorare facendo del bene all’ambiente, sia recuperare alcuni mestieri (e, dunque, prodotti) artigianali e dunque vivere meglio.
Per quel che riguarda il turismo, si è optato per passerelle, torri di osservazione e centri educativi ecosostenibili già dai materiali e le tecniche di costruzione, che potessero permettere agli ospiti di ammirare la bellezza senza disturbare gli ecosistemi. Inoltre, sono state previsti degli eco-tour guidati e dei programmi educativi, di sensibilizzazione all’importanza delle zone umide e del turismo consapevole.

Risultato? Una terra decisamente rinata. A comprova del fatto che, quando la Cultura va incontro alla Natura, anche delle sfide apparentemente impossibili possano essere vinte.