Siamo di nuovo nel Nyingchi – che non significa soltanto peschi in fiore, il “padre delle montagne tibetane” Namcha Barwa o suggestioni d’inverno. La ‘Svizzera del Tibet’ contiene infatti un altro gioiello, che tutti qui stanno cercando di preservare. Rendendo le acque più pulite, gli alberi più fitti e gli uccelli più numerosi.
Perché parliamo del maggiore fiume del Sud-Ovest tibetano, che nasce dal Monte Mira e scorre verso Est per più di 307 chilometri a un’altitudine di 5mila metri, unendosi al fiume Yarlung proprio a Nyingchi – all’altezza del Parco nazionale di Yani. Zona umida nata proprio da questa confluenza, creato nel 2016, “casa” di centinaia di specie di piante e animali (un terzo delle quali uniche dell’Altopiano tibetano) e, da allora, curato e protetto da decine di residenti diventati rangers.
Che, durante i loro “pattugliamenti” quotidiani, controllano gli eventuali abusi o danni – allontanando, salvando, spiegando, formando, riparando e pulendo. Già, pulendo. Perché, tra alcune usanze dei residenti e alcuni comportamenti “moderni” dei visitatori, i canali del fiume e gli angoli dei villaggi rivieraschi si stavano riempiendo di rifiuti. Superati prima con delle pulizie generali, poi con la nascita di un sistema di raccolta e di trasferimento, infine con delle “nuove abitudini”. Ormai seguite da tutti i residenti – purtroppo, non anche da tutti gli ospiti di passaggio.
Risultato? Come dicevamo in apertura, acque più limpide, rive più pulite e molti più uccelli acquatici. Comprese le Gru dal collo nero, le Casarche rosse (sacre per i buddhisti per via del loro colore simile a quello degli indumenti dei monaci) e le Oche indiane, che da queste parti non si vedevano da molto tempo.
Una nuova sensibilità, dunque, che riguarda l’intero corso del fiume. Montagne e foreste, terreni agricoli e praterie, ghiacciai e laghi, con un modello di protezione che coinvolge e si coordina. Sapendo di avere ancora delle sfide da affrontare – dalla distribuzione non uniforme delle risorse idriche e la fragilità degli ecosistemi all’erosione del suolo – ma prendendosi la responsabilità di farlo. Come per i siti lungo il fiume di estrazione della sabbia, bonificati in modo da riportare le rispettive aree alla loro ecologia originaria. Come la cura di oltre 45 chilometri di canali del Nyang. O come – gesto antico sull’Altopiano – il rilascio nelle sue acque di 912mila avannotti.
“Svizzera”, già: occhio ai cestini…