
All’alba, sull’altopiano settentrionale, il vento è il primo a soffiare: arriva da una distesa apparentemente deserta, attraversa laghi e prati, e si dirige verso le montagne innevate in lontananza. Attraverso il suo binocolo, un ranger scorge antilopi che abbassano la testa per bere, kiang che si muovono lentamente lungo un crinale o sempre più Yak selvatici e Gru dal collo nero – segno della ripresa sull’Altopiano.
Da quasi un decennio, Kalzang Lhundrup – responsabile della stazione di conservazione della fauna selvatica ‘Norbu Yugyel’ nella Contea di Nyima della città di Nagqu – interpreta questi segni. Perché, per lui, il ritorno della fauna selvatica non è una misura astratta bensì la vita che si manifesta.
Il pattugliamento in quest’area è ancora un lavoro duro: l’altitudine è di quasi 5mila metri, le strade sono lunghe e vento e neve possono essere insidiosi. Come la solitudine. Ciò nonostante, Kalzang Lhundrup e i suoi colleghi pattugliano 5 o 6 volte al mese – coprendo in una sola giornata più di 200 chilometri. Lungo il percorso, registrano le specie e il numero di animali selvatici che incontrano e si preoccupano di quelli feriti o separati dal branco: negli ultimi anni, questa stazione intitolata a un ex agente di polizia che ha perso la vita durante l’arresto di alcuni bracconieri ha salvato oltre 40 animali selvatici. “Ora ci sono più animali, e questo ci dà più lavoro, ma significa che il territorio è più sano di prima e che le nostre pattuglie valgono la pena”. Infatti, dai primi protettori della fauna selvatica alle centinaia di ranger che ora lavorano sull’Altopiano, la conservazione in questa regione è stata spesso un’eredità impegnativa – ma “proteggere questa terra è la più grande felicità”.
Anche perché i risultati poi arrivano: le antilopi tibetane sono aumentate da poco più di 70mila alla fine del XX secolo a oltre 300mila; gli Yak selvatici, da diverse migliaia a oltre 20mila e, le Gru dal collo nero, da meno di 4mila a oltre 10mila. Da queste parti come in tutto il Tibet, l’impatto umano viene gestito con maggiore attenzione e la Regione conta 47 riserve naturali, 97 aree naturali protette e 73 stazioni di protezione della fauna selvatica. Che non sono lì per tenere lontane le persone lontane dalla Natura bensì per insegnare loro come vivere in equilibrio e armonia con essa.

Come a Lhasa, dove la stessa idea ha preso vita nella cura della Riserva naturale di Lhalu. Che – dopo anni di lavoro e grazie a un investimento di 728 milioni di yuan (più di 94 milioni di euro) – ha aumentato la copertura vegetale a oltre il 95%. Riuscendo oggi a ospitare oggi 174 specie di uccelli e più di 10mila esemplari che vi vivono e nidificano, e anche aprire questo spazio ai residenti, per ammirare, imparare e tramandare.

O come a Nyingchi. Infatti, l’acqua che alimenta la zona umida di Lhalu confluisce prima nel fiume Lhasa e poi nel fiume Yarlung Tsangpo, che scorre verso Est in direzione della “Svizzera del Tibet”. Dove, per decenni, nessuno si era soffermato molto sugli alberi di pesco e dove, oggi, la fioritura primaverile è parte di una nuova Bellezza, vita e persino economia. Abbastanza da vedere i nuovi “lavori verdi” aumentare al ritmo di 10mila all’anno e un reddito – quindi, un tenore di vita – dei residenti decisamente migliore.
Nel Nord del Tibet, Kalzang Lhundrup continua a pattugliare. Il lavoro rimane solitario e fisicamente impegnativo ma ogni ritorno di un’antilope, ogni Gru che atterra per “mettere su famiglia” e ogni villaggio che trova sostentamento nelle montagne e nei fiumi incontaminati racconta la stessa storia: sull’Altopiano, proteggere la Natura è diventato un modo di vivere.
Parola-chiave: equilibrio. Ma, forse, semplicemente amore.