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IL FASCINO DELLA RELIGIONE BON

  • by Stefano V
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  • 05 Gen 2020
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Il “Bon” è la religione indigena del Tibet, presente fin dalla Preistoria nell’Altopiano a livello di culto tribale e folklorico, venne formalizzata come ‘Religione di Stato’ nel 5 secolo a.C. dal Principe Shenrab Miwoche, sovrano del Regno Shangshung, nel Tibet Occidentale. Da quel momento in poi il Bon ‘formalizzato’ si espanse dapprima ad Est e poi a Sud, fino alla regione di Lhasa. Nella prima parte del “Periodo Tubo” il Bon in quella forma era praticato da tutti gli strati sociali e le sue prescrizioni e i suoi rituali informavano tutte le manifestazioni della vita: politica, cultura, ma anche il commercio.

Il Bon è un culto sciamanico e perciò animista e panteista; secondo i suoi dettami tutto ciò che esiste ha uno spirito, un’anima. Il suolo, le montagne, gli astri (sole e luna), le rocce, il vento, le pietre, la pioggia, il tuono e il fulmine, gli animali, i fiumi, i laghi, sono pervasi e permeati da spiriti soprannaturali che influenzano e dirigono l’esistenza e la realtà, con effetti sensibili anche sulle vite e le esistenze umane. Forze misteriose, a volte imprevedibili e incontrollabili, ci sono accanto in ogni momento ed è perciò importante placarle ed, eventualmente, farle lavorare a nostro vantaggio. I sovrani del Periodo Tubo erano considerati Esseri Celesti, imparentati con gli spiriti e permeati di essenza divina. Per essi l’esistenza terrena era una tappa in un ciclo che li vedeva discendere dal Cielo e tornarvi dopo la morte.

Il fato degli Uomini è, secondo il Bon, determinato dalle interazioni di due principii: il Dio della Guerra e il Dio del Sole, senza il loro concorso l’Uomo non può rimanere su questo mondo. Alla morte, una grande cerimonia funebre, con sacrifici, espia i peccati e le manchevolezze del defunto, consentendogli di passare all’Aldilà. Il Bon infatti ha il concetto di un piano ultraterreno, il mondo dei morti, che però è inospitale, e che può venire superato grazie ai riti e ai sacrifici giusti consentendo al defunto di ascendere a sua volta al Paradiso, dove dimorano gli Dei e i sovrani. In particolare il Bon prevede “nove vie” attraverso le quali ciò è possibile, che garantiscono l’accesso a uno dei ‘quattro cancelli’ del Paradiso.

Il dipinto rupestre numero uno, nel Distretto di Rutog, nella zona di Ngari, mostra esattamente questo. Questo dipinto, alto due metri e settanta, largo un metro e quaranta, è stato realizzato a dodici metri dal suolo e mostra una forma triangolare. Secondo l’iconografia esso consiste di due parti, con la luna, il sole e gli organi sessuali umani che lo delimitano. Esso mostra figure con copricapi piumati, uccelli ed animali. Le figure coi copricapi piumati sono probabilmente sciamani-sacerdoti e le scene sacrificali che coinvolgono uccelli ed animali sono profondamente legate alla ritualità Bon. Nel Bon primordiale i sacrifici riguardavano yak, montoni, pecore e cervi e questi costituivano il cuore del sistema rituale della religione.

Nel settimo secolo dopo Cristo il Buddismo venne introdotto nel regno e Bon e Buddismo entrarono in concorrenza; alla fine prevalse il secondo ma, come spesso succede, il Bon non scomparve ma venne ‘sussunto’ nel culto vittorioso, con molti rituali di chiara origine Bon che divennero parte integrante del Buddismo Tibetano, influenzandone lo sviluppo in maniera altamente originale, con tracce che si possono chiaramente individuare e identificare nell’arte tibetana anche a molti secoli di distanza.

 

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