
La dottrina dei Tulku e i veri eredi
Nelle tappe precedenti del nostro viaggio attraverso la vita e l’opera di Mipham Rinpoche, abbiamo esplorato il ruolo nella Scuola Nyingma e nel movimento Rimé, la filosofia della ‘Mente Luminosa’, la padronanza delle scienze tradizionali e l’impatto duraturo nell’armonizzazione dei curricula monastici.
C’è tuttavia un ultimo capitolo, profondamente legato alla dimensione mistica del Tibet: la questione della sua successione attraverso la linea dei Tulku, i Maestri reincarnati. Soprattutto se considerato che Mipham stesso aveva espresso la volontà di non farlo.
L’intenzione di non tornare
Infatti, in punto di morte nel 1912, Mipham Rinpoche fa una dichiarazione solenne ai suoi discepoli più stretti. Affermando chiaramente di non avere l’intenzione di rinascere come un Tulku bensì di reincarnarsi nel mitico Paradiso di Shambala. Perché la sua missione era stata completata e perché i suoi scritti sarebbero stati la sua vera e definitiva eredità.
Una volontà perfettamente coerente con la sua intera esistenza, durante la quale Mipham evita sempre i fasti ecclesiastici, i titoli altisonanti e la gestione dei grandi patrimoni monastici – preferendo la vita semplice del praticante e del ricercatore nei ritiri del Kham.
I successori storici
Nonostante le esplicite parole del Maestro, la venerazione dei suoi studenti e l’importanza del suo lignaggio per la Scuola Nyingma rendono impensabile, per la comunità dei fedeli, l’idea che una mente così illuminata interrompa il proprio servizio. Per risolvere questa “crisi”, i Maestri del tempo ricorrono alla ‘dottrina delle emanazioni multiple’ (namtrul), secondo la quale l’energia illuminata di un bodhisattva può manifestarsi contemporaneamente attraverso diversi aspetti (corpo, parola, mente, qualità e attività). Così, secondo i registri del lignaggio conservati nel Kham, la linea di successione può mantenere un legame strettissimo con la stirpe originaria e, al contempo, con i grandi monasteri del Tibet orientale.
E parliamo di un lignaggio che include almeno due figure centrali. Come il secondo Mipham Rinpoche, Zhenphen Thaye, che avrebbe portato avanti la cura dei testi e la stabilità dei monasteri d’origine nel Kham. E come l’ultimo Mipham Rinpoche, Mipham Namgyal, riconosciuto come custode formale dei testi e degli insegnamenti del Maestro. In altre parole, due Lama che operano in continuità con il territorio d’origine, concentrandosi sulla direzione accademica dei Shedra e sulla preservazione delle trasmissioni orali e scritte della Scuola Nyingma.
Il caso di Sakyong Mipham Rinpoche
Una “traiettoria” completamente diversa viene presa da Sakyong Mipham Rinpoche: nato nel 1962, figlio primogenito del celebre e controverso Maestro Chögyam Trungpa Rinpoche, e identificato in Occidente da alcuni eminenti Lama Nyingma come un’emanazione della mente di Mipham Rinpoche.
Sakyong Mipham eredita la guida di ‘Shambhala’ – una vasta organizzazione internazionale di ispirazione buddhista, fondata dal padre e caratterizzata da un approccio che unisce gli insegnamenti tradizionali tibetani a una visione secolare di “società illuminata”.
Sotto la sua guida, l’organizzazione si espande notevolmente in Europa e Nord America e lo stesso Sakyong assume il titolo associato ai sovrani mitici del Regno di Shambhala. Ma la sua parabola viene segnata dalle accuse pubbliche (confermate da indagini indipendenti), da parte didiverse studentesse e collaboratrici, di abusi sessuali, condotte inappropriate e abuso di potere all’interno della comunità spirituale. Quindi, dal conseguente ritiro dalla guida attiva dell’organizzazione e dalle attività di insegnamento – seguite da una forte scissione interna.
La vera successione di Mipham
Mentre la linea ufficiale e monastica in Tibet e in Asia continua a preservare la purezza testuale e dottrinale, le vicende occidentali mostrano quanto il lignaggio sia potente ma anche esposto alle complessità della modernità.
Soprattutto, e al di là delle singole figure storiche e dei titoli, quanto l’ininterrotta manifestazione di Mipham Rinpoche non risieda in un trono o in un’istituzione. Ma si rinnovi ogni volta che un praticante studia i suoi trattati, ogni volta che un medico applica i suoi scritti e ogni volta che la ricerca della ‘Mente Luminosa’ si traduce in un beneficio concreto – per le persone e per la comunità.