
Nel 1956, a soli 4 anni, viene riconosciuto come reincarnazione (tulku) del Lama Koondhor – il ‘Buddha vivente’ del Monastero tibetano di Galden Jampaling nel Qamdo (o Chamdo, la terza maggiore città dopo Lhasa e Shigatse). Tre anni dopo, mentre viaggia per gli studi verso Pechino, i genitori decidono di andare via dal Tibet e quel ragazzo, così legato alla sua terra natia ma troppo piccolo per decidere da solo, passerà ore attaccato alla radio.
Nel 1984, a 32 anni, viene per la prima volta invitato a visitare l’Altopiano e nel 2011, a quasi 60, assieme a sua moglie decide di lasciare l’India e di tornare a casa. Portando con sé, in dono e donazione, più di 300 reperti culturali. Soprattutto, uno sguardo in grado di cogliere e testimoniare i cambiamenti. A cominciare dalle vite dei contadini e dei pastori del Qamdo, ridisegnate come su tutto l’Altopiano dalle strade e ferrovie, dai “lavori verdi”, dal recupero delle arti tradizionali e dalle nuove, diverse possibilità. In un terra che, mentre protegge il passato, riesce ad accogliere la modernità.

Da una parte dunque, il Monastero di Galden Jampaling – finito di costruire nel 1444. Il più grande della Scuola Gelug nella storica regione del Kham, che nella sua “età d’oro” ospitava 5mila monaci e aveva giurisdizione su 70 piccoli templi nelle vicinanze. Nel tempo, residenza di 5 ‘Buddha viventi’ confermati dal governo centrale fin dalla dinastia Qing, dimora di centinaia di reperti culturali e, soprattutto, luogo di studio, a contare oggi 9 grandi collegi, 8 accademie Zen, più di 20 sale di recitazione dei sutra e 1.000 monaci. Che, come da quasi 6 secoli, in chiusura del Capodanno tibetano organizzano una famosa ‘Danza Sacra’ in maschera per il buon raccolto e la protezione dai fantasmi – accompagnata da un pellegrinaggio e dall’esposizione di un thangka alto 18 metri e largo 13.

Dall’altra, come dicevamo, la modernità. Perché il Monastero si trova su un rilievo all’incontro di due fiumi e il loro confluire nel Lancang (a valle, futuro Mekong) in un’area a oltre 3.5mila metri di altitudine e con tanto Sole tutto l’anno. Abbastanza da costruire una stazione di conversione, contribuendo così a una linea elettrica da record, e anche da mettere su un progetto fotovoltaico (con tanto di pascolo sottostante i pannelli) per l’intera area del Qamdo e delle sue vicinanze, sufficiente a coprire i fabbisogni di circa 1.4 milioni di persone e possibile a queste altezze grazie a dei robot in grado di installare 100 pannelli ogni ora.
Cambiamenti, già. Che oggi, dopo anni di notizie solo via radio e diversi viaggi in giro per il mondo, il ragazzo tornato a casa vive e racconta con gioia e contentezza.