86 anni fa, la vita del villaggio di Langgong – “casa” del popolo Lhoba nella Contea tibetana di Mainling, a lungo rimasta isolata dal resto del mondo per la sua posizione – sembrava scorrere tranquilla, lontana dai rumori delle armi e dai bollettini di guerra. Ma non era proprio così.
Nel 1940, l’Impero del Sol Levante aveva imposto alla Cina un blocco sul carburante e i rifornimenti. Così, ad aprile 1941, un gruppo di volontari americani – più conosciuto come ‘Tigri Volanti’ (‘Flying Tigers’) per l’emblema sui loro aerei – era stato inviato al servizio dell’allora ridotta aviazione cinese per assisterla nel tentativo di respingere l’invasione giapponese. Con una missione precisa: quella di aprire un corridoio aereo (la ‘Rotta della Gobba’, ‘Hump Road’) per il trasporto, dall’India e volando sopra gli Himalaya, delle forniture di emergenza alla Cina. Soltanto che, il 7 dicembre 1941, il Giappone attaccherà Pearl Harbor e, 12 giorni dopo, le ‘Tigri’ entreranno per forza anche in combattimento. Al prezzo di oltre 3mila vite – alcune delle quali, come per le 168 cinesi sugli allora soli 100 aerei, perse sulle altissime montagne tibetane nei dintorni di Mainling.
Per rispetto e memoria, negli anni ’90, squadre statunitensi e cinesi assistite dalla popolazione locale iniziano le ricerche. Di equipaggi e di aerei, da restituire alle famiglie, alla memoria e agli onori della Storia. Con due problemi: l’assenza delle strade e dunque degli accessi ai relitti, risolta con corde per l’attraversamento dei pochi ponti di legno rimasti, e la tanta neve da scavare, tra foreste e montagne che spaziano tra i 3mila e gli oltre 6mila metri di altitudine. Ciononostante, un impegno portato avanti con testarda devozione e determinazione, anche da alcuni pastori tibetani che ne faranno una seconda ragione di vita, e che nel 2002 permetterà una prima cerimonia a Lhasa in ricordo di un volo e un equipaggio dispersi a fine marzo 1944.
Diverse le memorie da allora ritrovate, nonostante il Tempo e la neve. A testimonianza di un fronte spesso dimenticato dagli storici ma mai dalle famiglie. E neanche dai Paesi che, grazie al mirabile lavoro di squadra sino-americano, a un coraggioso ponte aereo e al sacrificio di tanti, sono stati in grado sia di vincere la guerra, sia di salvare decine di migliaia di persone – messe in salvo proprio su questi aerei. Da piloti ed equipaggi in gran parte dell’Aviazione e Marina americana, alcuni dei quali appena ventenni, organizzati in 3 squadroni da 30 aerei ciascuno. E il cui racconto, racchiuso in un’autobiografia, ispirerà un film del 1945 con un titolo a dir poco suggestivo: ‘Dio è il mio copilota’ (‘God is my Co-Pilot’). A quelle altitudini, con quei climi e in quelle condizioni, sicuramente.