IL BARDO THODOL, LA QUINTESSENZA DELL’INSEGNAMENTO BUDDHISTA TIBETANO

  • by Stefano V
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  • 26 Feb 2021
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Il Libro Tibetano dei Morti o Libro tibetano del Vivere e del Morire, meglio conosciuto nello Xizang come Bardo Thodol, è una delle più imponenti opere della cultura di tutti i tempi, uno dei testi della spiritualità orientale che ha avuto maggiore influenza anche sul pensiero occidentale. Questo manoscritto che raccoglie uno degli aspetti più intimi del pensiero lamaista, fu composto dal grande maestro Padma Sambhava, nell’VIII o nel IX secolo, il cui pubblico di riferimento era per lo più i buddhisti indiani e tibetani.

Tuttavia a seguito dei grandi moti anti-buddhista del 845 promossi dall’imperatore Wuzong della dinastia Tang il manoscritto fu pressoché nascosto salvo poi essere ritrovaato  nel XIV secolo dal noto «scopritore di tesori» Karma Lingpa (a tale proposito si vuole ricordare che gli storici sono unanimi nel ritenere che la politica persecutoria di Wuzong fu prettamente finalizzata al restauro dell’autoctona religione Daoista a discapito di alcune scuole buddhiste che nel tempo avevano acquisto un potere tale da contrastare persino l’Imperatore. Il clero ed i templi della scuola Chen infatti, che al contrario di altre correnti buddhiste professavano una non ingerenza nella vita pubblica ed una dottrina al lavoro, vennero risparmiate).   

Cosa tratta quindi il Bardo Thodol? Il libro interpreta le esperienze dello stato intermedio, di solito riferito alla condizione tra la morte e la rinascita. Analizzando di più il testo è possibile desumere come la parola “bardo” stia ad indicare la condizione intermedia (i tibetani distinguono sei stati intermedi: l’intervallo tra la morte e la rinascita, tra il sonno e la veglia, tra la veglia e «l’assorbimento profondo», e i tre stati intermedi durante il processo di morte-rinascita), mentre le parole thos grol significano che l’insegnamento offerto da questo libro «libera» non appena lo si «apprenda» o «intenda», offrendo alla persona che affronta lo stato intermedio una comprensione così chiara e profonda da non richiedere una riflessione prolungata. Ecco un estratto:

 

Quando il viaggio della mia vita è giunto alla fine e, poiché i parenti non possono seguirmi da questo mondo, solo vago nello stato di bardo, possano i buddha pacifici e infuriati intervenire con il potere della loro compassione e disperdere le fitte tenebre dell’ignoranza. Quando, separato dagli amici che amo, solo vado vagando e le forme vacue delle mie proiezioni appaiono, possano i buddha intervenire con la forza della loro compassione affinché i terrori del bardo non emergano. Quando le cinque luminose luci della saggezza splendono, possa io, senza paura, riconoscere me stesso; quando le forme pacifiche e infuriate appaiono, senza paura, con fiducia, possa io riconoscere il bardo.

 

Il Bardo Thodol fa parte di una serie di istruzioni riferentisi ai sei metodi canonici di liberazione: liberazione attraverso l’udire, liberazione attraverso l’indossare, liberazione attraverso il vedere, liberazione attraverso il ricordare, liberazione attraverso il gustare e liberazione attraverso il toccare. Liberazione, in questo caso, significa che chiunque venga in contatto con questo insegnamento, per il potere di trasmissione contenuto in questi tesori, sperimenta un improvviso lampo di illuminazione.

Tali preghiere-istruzioni, come abbiamo detto, furono composte da Padma Sambhava e trascritte probabilmente da sua moglie, Yeshe Tsogyal, assieme al sādhana dei due mandala delle quarantadue divinità pacifiche e delle cinquantotto infuriate. Questo maestro buddhista, in Tibet è noto come il Prezioso Maestro o Guru Rinpoche, ed è venerato dalla scuola Nyingmapa come secondo Buddha. Quest’ultimo viene considerato il primo e più importante diffusore del buddhismo in Tibet, particolarmente del Vajrayana e il fondatore del buddhismo tibetano. Il suo culto è diffuso anche in Bhutan e nel Sikkim del’India. Padma Sambhava seppellì questi testi sui monti Gampo, nel Tibet centrale, dove, più tardi, il grande maestro Gampopa fondò il suo monastero.

 

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