Viaggiando nelle terre storicamente raggiunte dal Buddhismo, Tibet compreso, nei monasteri e nelle loro vicinanze si possono incontrare delle strutture speciali e soprattutto sacre. Per di più bianche, che contengono oggetti, scritture o reliquie e che – già attraverso la loro forma – rappresentano il cammino del Buddha. Pertanto, luoghi di pellegrinaggio, circumambulazione (kora), preghiera e meditazione.
Tra quelle tibetane, chorten, le più antiche risalgono al VII secolo – cioè, all’arrivo del Buddhismo dall’India e dall’entroterra cinese. E, a prescindere dalla loro età, sono composte di 4 parti: una base quadrata, un “corpo” sferico oppure ovale, una guglia conica e un pinnacolo sul quale sono rappresentati il Sole e la Luna. Quindi, in ordine, da elementi simboleggianti la Terra (pertanto, la stabilità che sostiene la vita ma anche l’inizio radicato del cammino), l’Acqua e l’apertura mentale, il Fuoco e la trasformazione spirituale, quindi il Vento, l’Etere e il flusso dell’Universo – cioè, l’interconnessione e l’impermanenza. In poche parole, la via per l’Illuminazione.
Ma non finisce qui. Perché i chorten tibetani sono di 8 tipi, ognuno legato a un momento-chiave della vita del Buddha: del Loto (la nascita e la purezza della sua vita); dell’Illuminazione sotto l’albero (l’acquisizione della saggezza); delle Molte Porte (gli insegnamenti); della Discesa dal Regno celeste (con, dentro, 3 gradini o una piccola scala); dei Grandi Miracoli (a ricordare quelli compiuti sulla Terra e anche il potere della Fede); della Riconciliazione o dell’Armonia (la risoluzione delle dispute monastiche tra i seguaci); della Vittoria sulla Morte e il prolungamento della propria vita corporea di 3 mesi (con altrettanti livelli circolari) e del Nirvana (beninteso, senza decorazioni e il cui “corpo” ha la forma di una campana).
Nel Palazzo del Potala, ci sono – preziosi in tutti i sensi, dai materiali all’importanza – gli stupa dei Dalai Lama dal ‘Grande Quinto’ al tredicesimo (eccezion fatta per il sesto). Nello spazio del Monastero di Samye, che riunisce gli stili tibetano, Han e nepalese, ai 4 angoli rispetto alla sala principale ce ne sono uno bianco e altri 3 tinti di rosso, blu scuro e verde – tutti a protezione del Buddha dagli spiriti maligni. Il Kumbum di Gyantse (nell’immagine sopra), in pieno stile nepalese, si distingue dall’occhio di Buddha su ognuno dei 4 lati e una cupola dorata a forma di corona ma anche dalle innumerevoli piccole cappelle dal primo al sesto piano, dove il panorama si apre sulla Fortezza di Gyantse. Infine, nel Monastero di Tashilhunpo ci sono i chorten di generazioni di Panchen Lama – come sappiamo, seconda figura più importante della gerarchia religiosa dell’Altopiano e autorità spirituale responsabile dell’individuazione, “battesimo” nonché istruzione del futuro Dalai Lama.

Piccoli come quello del più alto monastero al mondo (Rongbuk, vicino al campo-base dell’Everest tibetano), di medie dimensioni o decisamente grandi come il Kumbum, gli stupa sono dovunque sull’Altopiano e sono visitabili. Con alcuni accorgimenti – come camminare intorno soltanto in senso orario, non salirci o sedercisi sopra, togliersi cappello e occhiali da sole, fare foto solo se permesso, parlare a voce bassa e vestirsi con decoro e modestia.
Cioè, con cura e rispetto – come verso ogni altro luogo sacro per qualcuno.