LA MORTE DI LAMA GANGCHEN. UNA GRANDE PERDITA PER IL BUDDHISMO TIBETANO

Purtroppo il Buddhismo Tibetano, e soprattutto la sua presenza in Italia, ha subito una gravissima perdita. Lama Gangchen Rinpoche è morto all’età di 78 anni il 18 Aprile 2020, all’ospedale Castelli di Verbania, a causa di una brutta polminite causata dal COVID-19.

Era uno dei più importanti maestri contemporanei del Buddhismo Tibetano. Nacque nel 1941 a Dakshu nello Tsang, Tibet Occidentale. Venne riconosciuto come reincarnazione di un importante Lama guaritore che possedeva un collegamento storico con il Panchen Lama. Per diverso tempo si alternava tra Tashi Lhunpo, l’importante residenza del Panchen Lama, ed il monastero di Sera a Lhasa. Studiava non solo il Tantra, la Filosofia e la Meditazione, ma anche la Medicina e l’Astrologia tibetana. La sua formazione fu molto veloce e lo portò ad acquisire importanti riconoscimenti già in giovane età. 

Successivamente andò in India, dove lavorava nelle comunità tibetane soprattutto come medico e lama guaritore: divenne addirittura il medico personale della famiglia reale del Sikkim. 

Negli anni 80 Lama Gangchen iniziò a viaggiare in Europa e si stabilì poi in Italia. Il maestro principale di Lama Gangchen era Trijang Rinpoche, il tutore del Dalai Lama, che lo iniziò alla pratica di Dorje Shugden. Anni dopo il Dalai Lama bandì questa pratica secolare, ma una netta schiera di maestri non furono d’accordo e la continuarono, cosa che fu all’origine di un profondo scisma nella scuola Gelug. Lama Gangchen fu tra le persone che continuarono questa pratica, e per questa ragione passò – solo per questo motivo – dall’essere probabilmente il Lama gelugpa più stimato d’Italia ad essere gravemente diffamato da coloro che seguivano il Dalai Lama con fanatismo.

A Milano, Lama Gangchen fondò l’istituto “Kunpen Lama Gangchen”, che ha avuto un ruolo fondamentale nella divulgazione del Buddhismo nel Nord Italia; poi sul Lago maggiore, in una frazione di Bee, venne fondato l’Albagnano Healing Meditation Center, un Gompa molto tradizionale non diverso da quelli tibetani. Questo centro divenne la sua residenza negli ultimi anni. 

Diverse volte Lama Gangchen guidava pellegrinaggi nel Tibet cinese e in Indonesia, a Borobudur, dove sorge un importante monumento che – secondo la tradizione – venne costruito dove il Buddha manifestò l’insegnamento ed il mandala di Kalachakra. 

Ad un livello religioso e spirituale, Lama Gangchen trasmetteva nella sua completezza tutto il Tantra della scuola Gelugpa e la Mahamudra secondo l’orientamento del monastero di Gaden. E tutto questo grande complesso di insegnamenti lo sintetizzò in una pratica molto semplice, di libera divulgazione, chiamata Autoguarigione Tantrica Ngalso. Puntando molto sul tema della guarigione spirituale, Gangchen era in grado di dialogare con una grande fetta di occidentali interessati alla spiritualità, anche provenienti dalla New Age, e riuscì ad attrarre molti di loro al Buddhismo tradizionale. Curiosamente, a differenza della maggior parte dei grandi maestri della scuola Gelug, Lama Gangchen non era un monaco, ma aveva uno stile di vita vicino a quelli dei grandi Siddha, e come tale era ritenuto dai suoi allievi.

Più in generale, Lama Gangchen era un filantropo che dialogava in maniera non settaria con tutte le religioni: furono storici i suoi incontri con Giovanni Paolo II, Madre Teresa di Calcutta e Kofi Annan. L’organizzazione umanitaria da lui fondata, chiamata Lama Gangchen World Peace Foundation, era associata all’ONU e lanciò la creazione di un Forum spirituale permanente per la pace mondiale. Da ricordare anche l’importante ruolo che l’organizzazione di Gangchen aveva nella gestione dell’Unione Buddhista Italiana, associazione riconosciuta dallo Stato Italiano. 

Lama Gangchen era seguito anche da importanti personaggi del mondo dello spettacolo, tra i quali Marco Columbro ed il regista Emanuele Caruso. Quest’ultimo, di lui disse che “aveva lo sguardo di un bambino e la saggezza di mille vite”. 

Ricordato per il grande amore, la compassione e la saggezza che dimostrava nell’approcciarsi agli altri, il vuoto spirituale che lascia nella sua organizzazione è incolmabile. Adesso toccherà al suo figlio spirituale, Lama Michel Rinpoche – un ragazzo di origine brasiliana riconosciuto come tulku ed educato tradizionalmente come tale – l’arduo compito di prendersi la responsabilità di questa pesante eredità. E’ già stato annunciato che è presente l’intenzione di riconoscere quanto prima la reincarnazione di Lama Gangchen, in cui i suoi discepoli già ripongono grandi speranze. 

La sua morte è avvenuta a causa del covid-19 e nel momento più difficile per l’Italia dal secondo dopo guerra. Una vera tragedia per i suoi seguaci. Tuttavia, con le lacrime di commozione agli occhi Lama Michel ha detto che anni fa, quando lui varie volte chiese a Lama Gangchen quali riti fare e quali Lama invitare quando sarebbe morto, egli in maniera misteriosa rispose che quando ciò avverrà non sarà in grado di richiamare alcun Lama né fare alcun rito pubblico che preveda l’assembramento di monaci. Semplicemente sarà opportuno concentrarsi sulla propria pratica, e le celebrazioni della sua morte sarebbero state posticipate all’anno dopo. 

Concentrarsi sulla propria pratica e unire in meditazione la propria mente con quella del Guru è l’indicazione che stanno seguendo i discepoli di Lama Gangchen, che nei prossimi anni saranno guidati da Michel e da altri importanti Lama della tradizione come l’attuale Trijang Rinpoche. 

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