MAESTRO-DICEPOLO: QUALE IL LEGAME NEL BUDDHISMO?

Il maestro ha un ruolo essenziale nella trasmissione della dottrina nel lamaismo. In realtà anche nel buddismo mahàyàna e vajrayàna il guru, tibetano blama, o maestro, è considerato capace di trasmettere, grazie al contatto vivo e diretto, la verità ed il giusto il significato riposto della dottrina e di accendere quella scintilla di fede che divampa nel fuoco dell’anima della vita mistica. Di rimando il vincolo che lega il maestro al discepolo è un rapporto di padre a figlio di tipo mistico , tanto’ che a volte questo legame risulta ben più importante dei vincoli del sangue.

In realtà questa visione dell’indissolubilità del legame maestro e discepolo non è originaria del Tibet, bensì dalla vicina India e dall’induismo. In India la continuità spirituale che unisce il maestro al discepolo, grazie alla quale i due rappresentano gli anelli di una catena che assicura la durata ininterrotta della dottrina e dell’esperienza mistica, è detta sampradàya, e nel Tibet brgyud. Parole ed esperienze vengono tramandate come cose vive, secondo la norma detta govatsanyaya dagli asceti indiani, cioè «coesione viva come tra mucca e vitello alimentato col latte della madre». L’istruzione basata unicamente sulla parola scritta, che trova poi anche riscontro nell’arte teatrale tibetana, non coadiuvata dall’assistenza di un bla ma, a volte non solo rimane senza effetto, ma può addirittura deviare dalla giusta via ed essere dannosa. Se questa catena si interrompe, la dottrina contenuta unicamente negli scritti perde la propria efficacia; è come un corpo morto che nessuno è capace più di farlo ripartire. Quindi nella figura del maestro sono riunite due funzioni che sono riunite nella stessa persona: il bla ma da un lato tramanda la parola (tun), continua la dottrina, dall’altro conferisce il potere (idban) mediante l’iniziazione o consacrazione (dbati).

Anche in India troviamo questa divisione, oltre allo siksa-gur (il maestro della dottrina), troviamo il diksa-guru, il maestro dell’iniziazione. Da qui è ovvia la conclusione che l’affermazione e il ruolo di “maestro” in Tibet sia una diretta derivazione dell’originario indiano. Ma come avviene la rivelazione? In casi speciali la “scoperta di Maya” ha luogo nel sogno o mediante comunicazione diretta da parte di una divinità. Questo non deve meravigliare; il sogno ha un significato particolare nella vita mistica di ogni religione e in special modo nell’induismo e, di rimando, nel buddismo. In Tibet introspezione, autoallucinazione, pratiche mistiche che coinvolgono la vita psicosomatica dell’individuo ed in particolare dei lama, non sono pratiche del tutto sconosciute. Il nostro corpo è un mezzo necessario alla redenzione: i cinque componenti materiali di cui è il risultato si trasformano nei cinque Buddha supremi, ma anche nelle cinque passioni innate in noi. Le complesse meditazioni consistono nell’attuazione di piani diversi, ed è proprio nel cammino verso i Nirvana, che il maestro è un moderno Virgilio, guida spirituale e di vita, che ci illumina la retta via.

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